Convegno nazionale Anaste, la relazione del Segretario Generale Mamone

Si propone di seguito la relazione del Segretario Generale Snalv Confsal, dott.ssa Maria Mamone, illustrata nel corso della “Tavola rotonda: dalla parte del personale” nell’ambito del Convegno nazionale Anaste del 8 e 9 giugno 2023.

L’invecchiamento è oggi la grande sfida del welfare in Italia, dove vivono 3,9 milioni di anziani in condizioni di non autosufficienza. Un dato destinato a crescere nei prossimi 20 anni, quando la percentuale di over 65 passerà dal 24% al 35% della popolazione totale. Ad un aumento di popolazione sempre più anziana dovrebbe, quindi, corrispondere un adeguato insieme di servizi di cura ed assistenza che al momento stenta ancora a decollare. 

Anzi, il sistema delle RSA risente di una profonda crisi finanziaria che sicuramente, nel consesso odierno, sarà adeguatamente analizzata.

IL PERSONALE IN TRINCEA

In premessa occorre evidenziare un dato di fatto: le conseguenze della grave crisi del settore sono inevitabilmente ricadute - e stanno ricadendo - sul personale impiegato.

Lo spirito di sacrificio dei lavoratori, tanto decantato durante l’esperienza pandemica, ha consentito di sopperire al grave gap qualitativo e quantitativo che si registra nelle strutture sia pubbliche che private/accreditate.

Il personale è in trincea e il loro grido di allarme non sembra, tuttavia, sensibilizzare le Istituzioni preposte a prendere in mano, seriamente, la regolazione del settore.

Dalle assemblee sindacali emergono con chiarezza una serie di criticità comuni, riscontrabili tanto al Nord quanto al Sud, confermate di recente anche da autorevoli fonti scientifiche. 

Le criticità più evidenti riguardano:

  • Il fabbisogno di personale e lo svolgimento di turni massacranti. 

Sono tantissimi i casi di lavoratori che svolgono turni massacranti, ben oltre l’orario contrattualmente pattuito. Le ore in eccesso confluiscono nella famosa Banca Ore per poi finire, in alcuni casi, nel dimenticatoio, soprattutto se i lavoratori non sono puntualmente assistiti da un valido sindacalista.

La carenza in termini numerici è divenuta insostenibile, come certificato anche dall’ultimo Rapporto dell’Osservatorio Bocconi: nel 2022, nei servizi socio-sanitari mancano all’appello circa il 22% degli infermieri necessari. Grave anche la carenza di medici (13%) e di OSS (10,8%).

La situazione peggiora se si restringe l’analisi agli Enti del terzo settore (Fondazioni e cooperative), dove la carenza di infermieri e OSS sfiora la soglia, rispettivamente, del 24% e del 13% rispetto al fabbisogno.

  • Burn-out e stress lavorativo.

La carenza numerica del personale ha comportato un netto ed ulteriore aggravamento del burn out e dello stress vissuto dai dipendenti, con inevitabili conseguenze sull’offerta qualitativa destinata agli utenti più deboli. 

Come sindacato ci ritroviamo ad assistere e supportare i lavoratori non soltanto sul piano gestionale, ma spesso anche da un punto di vista psicologico, a causa dello stress lavorativo che comporta anche una minor resa sul lavoro, affaticamento fisico e mentale, cattiva salute.

Al termine della pandemia, la situazione è divenuta ancor più critica: un operatore su tre mostra segni di alto esaurimento emotivo e uno su quattro moderati livelli di depersonalizzazione (Fonte: Università Cattolica di Milano). 

  • Mancata valorizzazione e discriminazione rispetto ai colleghi del pubblico impiego

Le criticità sin qui esposte si associano ad una mancata valorizzazione del personale, sia sul piano organizzativo che in termini prettamente retributivi.

Gli OSS, ad esempio, sono spesso trattati come una sorta di tutto fare. E’ facile riscontrare operatori che svolgono mansioni extra che esulano dalle proprie competenze, come fare le pulizie dei locali. Inoltre, nell’ultimo periodo registriamo un netto aumento del carico di responsabilità condiviso dalle diverse professionalità operanti nelle strutture, anche a causa dell’incremento di utenti in condizioni gravi o gravissime. 

Al tempo stesso, i professionisti che lavorano nel socio-sanitario subiscono una grave discriminazione salariale rispetto ai colleghi che - a fronte della medesima professionalità e dello svolgimento di analoghe mansioni – sono impiegati nella sanità pubblica. Non perché gli stipendi nel pubblico sono alti (anzi!) ma perché quelli del privato accreditato sono ancora più bassi: la differenza mensile si aggira dai 200 ai 400 euro, una cifra esorbitante in un periodo critico come quello attuale. 

Da questo si spiega agevolmente anche la fuga verso il Servizio Sanitario Nazionale a cui abbiamo assistito durante e dopo il Covid.

L’ASSENZA DI VISIONE TRA INEFFICIENZE REGIONALI E MANCATA STRATEGIA NAZIONALE

Per affrontare il problema alla radice è necessario liberarsi di pregiudizi ideologici e di parte, che tendono a mistificare le responsabilità degli attori coinvolti.

Anzitutto è bene chiarire un aspetto: il problema è di natura principalmente “politica”.  Il tema personale, infatti, va a braccetto con quello degli standard fissati dalle normative regionali. Il sistema dei budget, inoltre, si pone quale prima fonte di inefficienze non soltanto sul fronte “costo del lavoro”, ma anche per la qualità dei servizi resi agli utenti. 

Per essere pratici, riportiamo un caso emblematico che abbiamo dovuto affrontare poche settimane fa: un’azienda toscana ci chiede di siglare un accordo di II livello, finalizzato a prevedere il soggiorno in struttura dei lavoratori durante la notte, dietro il pagamento di una misera indennità. Le ore passate in struttura sarebbero state retribuite come normale orario di lavoro, soltanto se il lavoratore fosse stato “svegliato” per intervenire durante la notte.

Ovviamente ci siamo rifiutati di sottoscrivere un accordo del genere, che non avrebbe tenuto conto dei principi espressi dalla Corte di Giustizia Europea in tema di “riposo psico-fisico” e “regime di reperibilità”. Tuttavia, è bene sottolineare che la richiesta di quell’azienda non era motivata da una logica padronale e vessatoria nei confronti dei propri dipendenti, ma dalla convenzione sottoscritta con un Ente pubblico (Comune di Firenze!) nel quale si prevede che il turno notturno può essere coperto anche da un “volontario”.

“Volontario”, ebbene sì, dei volontari che, durante la notte, assistono degli utenti ritenuti fragili.

Se i Comuni sono liberi di comportarsi in questo modo, è anche a causa dell’assenza di una strategia politica in materia. Allo stato attuale vige una totale disomogeneità tra le normative regionali e soprattutto manca una policy nazionale, chiara ed univoca, che disciplini con esattezza le diverse tipologie di assistenza da garantire alla cittadinanza.

LA RIFORMA DELL’ASSISTENZA AGLI ANZIANI: UN’OCCASIONE STORICA

È chiaro, dunque, che la situazione è particolarmente complessa, anche a causa dell’intreccio di competenze tra Enti diversi, di differente rango governativo, che non sempre (anzi, forse quasi mai!) parlano la stessa lingua.

Su questi punti, la riforma sull’assistenza agli anziani può costituire un’occasione storica.

Il nostro Sindacato ha avviato un’interlocuzione col Ministero della Salute, affinché siano affrontate seriamente le criticità sinora esposte.

La riforma disciplina il tentativo ‘epocale’ del sistema di welfare nazionale di adeguarsi all’evoluzione dei bisogni di una popolazione anziana sempre più numerosa e longeva. Una prospettiva che, tuttavia, rischia seriamente di trovare impreparato il sistema di erogazione dei servizi sanitari e sociosanitari del territorio.

È necessaria la costituzione di un apposito tavolo tecnico, composto da tutti gli attori coinvolti, al fine di supportare e sollecitare (! visto il silenzio attuale) la stesura dei Decreti attuativi.

Noi siamo pronti a fare la nostra parte, ponendoci quale obiettivi primari il miglioramento delle condizioni lavorative nel settore ed il graduale allineamento dei trattamenti retributivi/normativi del personale socio-sanitario a quello dei colleghi del pubblico impiego.

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